La cucina dei perchè. Le origini delle nostre abitudini a tavola
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La cucina dei perchè. Le origini delle nostre abitudini a tavola
Perché i gladiatori mangiavano tante cipolle, il pomo è “della discordia”, e le forchette hanno quattro punte?
Da dove vengono i nomi parmigiana, tempura e barbecue? E perché si sono affermati modi di dire come “avere sale in zucca”, “prendere due piccioni con una fava” e “pan per focaccia”?
A distinguere l’uomo dalle altre specie è prima di tutto la cottura del cibo. Che va di pari passo con l’arte e con la religione. Tutto il resto, linguaggio compreso, lo condividiamo con gli altri animali.
I delfini comunicano, gli scimpanzé vivono in società complesse, le lontre usano pietre per aprire conchiglie, i castori costruiscono dighe. Mentre a spignattare siamo solo noi esuli figli di Eva.
Ogni cucina è il frutto di mescolanze, prestiti e incroci. Anche il piatto più tradizionale e la più locale delle tipicità hanno dentro la traccia dell’altro. Molti degli ingredienti base della gastronomia nostra e altrui vengono da lontano.
In realtà quel che lega un cibo a una terra non è la nascita, ma l’adozione. E soprattutto la dedizione che gli abitanti di un Paese hanno messo nel far propri un ingrediente, una pianta, una razza animale dell’altrove. Perché quando un popolo adotta un cibo sparisce ogni differenza tra figli e figliastri.
Insomma, l’identità, gastronomica, religiosa, paesana, cittadina è essenzialmente una rappresentazione, un sentimento, un’emozione, una memoria. E come tale non ha confini. Se non quelli della mente e del cuore. E di ciò parla questo libro-raccolta di perché e meditazioni. La storia del nostro cibo è fatta di intrecci, incontri, scontri, casualità, commerci, riti e religioni, credenze e usanze, analisi scientifiche e prassi quotidiane forgiatesi nei secoli. A volte sembrano “solo” curiosità, ma ci aiutano a riflettere, perché come sosteneva l’antropologo Claude Lévi-Strauss: «Una cosa diventa buona da mangiare quando è anche buona da pensare».
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Perché i gladiatori mangiavano tante cipolle, il pomo è “della discordia”, e le forchette hanno quattro punte?
Da dove vengono i nomi parmigiana, tempura e barbecue? E perché si sono affermati modi di dire come “avere sale in zucca”, “prendere due piccioni con una fava” e “pan per focaccia”?
A distinguere l’uomo dalle altre specie è prima di tutto la cottura del cibo. Che va di pari passo con l’arte e con la religione. Tutto il resto, linguaggio compreso, lo condividiamo con gli altri animali.
I delfini comunicano, gli scimpanzé vivono in società complesse, le lontre usano pietre per aprire conchiglie, i castori costruiscono dighe. Mentre a spignattare siamo solo noi esuli figli di Eva.
Ogni cucina è il frutto di mescolanze, prestiti e incroci. Anche il piatto più tradizionale e la più locale delle tipicità hanno dentro la traccia dell’altro. Molti degli ingredienti base della gastronomia nostra e altrui vengono da lontano.
In realtà quel che lega un cibo a una terra non è la nascita, ma l’adozione. E soprattutto la dedizione che gli abitanti di un Paese hanno messo nel far propri un ingrediente, una pianta, una razza animale dell’altrove. Perché quando un popolo adotta un cibo sparisce ogni differenza tra figli e figliastri.
Insomma, l’identità, gastronomica, religiosa, paesana, cittadina è essenzialmente una rappresentazione, un sentimento, un’emozione, una memoria. E come tale non ha confini. Se non quelli della mente e del cuore. E di ciò parla questo libro-raccolta di perché e meditazioni. La storia del nostro cibo è fatta di intrecci, incontri, scontri, casualità, commerci, riti e religioni, credenze e usanze, analisi scientifiche e prassi quotidiane forgiatesi nei secoli. A volte sembrano “solo” curiosità, ma ci aiutano a riflettere, perché come sosteneva l’antropologo Claude Lévi-Strauss: «Una cosa diventa buona da mangiare quando è anche buona da pensare».
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